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News

19 SETTEMBRE 2017
E se davvero il Trust fosse inutile?

La sentenza n. 19376 del 3/8/17 della Corte di Cassazione getta ombre sull'operatività di uno degli atti di segregazione patrimoniale di maggior interesse nel panorama italiano ed europeo: il Trust (e il fondo patrimoniale).

La questione sulla quale si sono espressi i giudici del palazzaccio è invero abbastanza circoscritta: si discute se un istituto di credito possa agire con azione revocatoria ordinaria ex art. 2901 c.c. nel caso in cui sia stata rilasciata una fideiussione personale da un socio di una società di capitali per garantire una apertura di credito alla stessa società. Prassi davvero comune per molti istituti di credito.

Il problema la Banca se lo pone nel caso in cui il socio, prestata la fideiussione, sviluppi una serie di atti segregativi del suo patrimonio, così da rendere la garanzia patrimoniale personale, di fatto, priva di qualsiasi contenuto concreto.

La situazione è guidata, a parere di chi scrive, dal buon senso prima che dal diritto. Pare quantomeno discutibile l'operato di un socio che garantisca personalmente somme erogate alla sua società e poi si dia alla "fuga" segregando il suo patrimonio e rendendo fondamente inoperante la garanzia.

I Giudici di Cassazione, come spesso accade, aggiungono però un importante tassello alla questione, sostenendo che, in ogni caso, la revocabilità di un atto di segregazione come il Trust o il Fondo Patrimoniale è subordinata a tre fattori: in primis deve essere accertata la gratuità dell'atto e l'assenza di contropartite economiche; secondariamente la sussistenza del credito da parte di chi agisce in revocatoria; infine la c.d. scientia damni, ovvero la consapevolezza di ledere, con l'atto segregativo, la garanzia patrimoniale di terzi creditori.

Attenzione quindi sempre maggiore alla costituzione di atti c.d. segregativi, dal momento che sembra, a mio sentire correttamente, che più nessuno possa agevolmene sottrarsi alle sue responsabilità.

Questo sempre nell'ottica dell'agire secondo diritto: sono pieni gli studi legali di precetti inquadrettati per debiti di soggetti che si sono volonariamente sottratti al pagamento di somme di denaro, magari solo lavorando senza essere assunti o intestando il proprio patrimonio ad amici o parenti.

 


01 SETTEMBRE 2017
Diritto all'oblio e fallimento: il dato non è coperto dalla privacy

Il diritto all'oblio online, come noto, è un argomento davvero caldo in questi ultimi anni.

In tema di fallimento di società si era posto a più riprese il problema della configurazione del particolare diritto anche in capo agli amministratori di una società fallita, che potrebbero subire ripercussioni sine die dal fallimento della loro società in tempo remoto.

La Corte di Cassazione (dopo aver chiesto aiuto alla Corte di Giustizia dell'Unione Europea sul punto), con una interessante ordinanza (n. 19761 del 9.8.17) ha dichiarato che il diritto all'oblio non è applicabile ai dati contenuti nel Registro delle Imprese tenuto presso le Camere di Commercio.

L'esigenza della pubblicità commerciale, in questo caso, prevale sull'interesse del privato ad impedirla, e ciò in fuzione delle ragioni di certezza nelle relazioni commerciali che l'istituzione del registro delle imprese soddisfa.

La Suprema Corte si sofferma anche, correttamente, sul ruolo del conservatore dei registri, che ha l'obbligo di iscrivere e di tenere le scritture, ove correttamente annotate. 

La Corte di Giustizia europea ha affermato che l'interesse pubblico a scambi economici in un quadro di sicurezza giuridica è superiore a quello individuale della privacy.

Unica "scappatoia" data dai giudici lussemburghesi: se il dato fosse effettivamente obsoleto, valutando la situazione caso per caso, il dato potrebbe essere oscurato e reso disponibil ai soli terzi che dimostrino un interesse specifico alla loro consultazione.


30 AGOSTO 2017
Giustificato motivo oggettivo di licenziamento: la Corte di Cassazione lo ritiene legittimo a patto di una riorganizzazione aziendale "genuina"

Con la sentenza n. 13015/2017 la Corte di Cassazione ha stabilito, determinando così un punto interpretativo importante dell'art. 3 della L. 604/1966, letto alla luce dell'art. 41 della Costituzione Italiana.

La Corte veniva adìta da un lavoratore che impugnava la lettera di licenziamento per giustificato motivo oggettivo inviatagli dalla società datrice di lavoro, per due principali motivi di ricorso: il primo relativo relativo al presunto omesso esame, da parte della Corte d'Appello, di un fatto ritenuto decisivo ai fini del contendere, ovvero che l'azienda non avesse soppresso la mansione, bensì riassegnato le mansioni ad un altro dipendente; il secondo motivo, ben più interessante, riguardava l'erronea applicazione dell'art. 3 della L. 604/1966 nel segmento motivo di sentenza della Corte d'Appello nel quale i giudici nel valutare la necessità dell'esistenza di sfavorevoli e non contingenti situazioni tali da imporre una riduzione dei costi mediante licenziamento del ricorrente, abbiano ritenuto irrilevante l'assunto che la società avesse in quel momento storico di licenziamento degli utili di bilancio e avesse appena investito ingenti somme di denaro.

La Corte di Cassazione ha ritenuto infondate le doglianze mosse, per una serie di interessanti ragioni.

In primis ha sostenuto che il licenziamento intimato fosse legittimo, dal momento che il giustificato motivo oggettivo di licenziamento potrebbe verosimilmente essere ravvisato anche solo in una diversa ripartizione di determinate mansioni del personale in servizio, al fine di un attento efficentamento delle risorse disponibili. Infatti alcune mansione potrebbero benissimo essere accorpate a quelle di un altro dipendente, così da creare inevitabilmente un esubero del soggetto addetto esclusivamente o prevalentemente alla mansione assorbita.

La Corte, accertata la "genuinità" del riassetto organizzativo, riteneva legittimo il licenziamento.

Quanto al secondo motivo, relativo alla società in utile ed agli investimenti milionari, la Corte di Cassazione motiva sostenendo che la riorganizzazione, posta la sua "genuinità" deve portare l'imprenditore a ricercare il profitto, anche mediante la riduzione del costo del lavoro o il ridimensionamento di altri fattori produttivi, fermo l'assunto che esso non deve solo essere perseguito con la riduzione del numero di lavoratori.

Così motivando, i Giudici del "palazzaccio" interpretano la norma alla luce dell'art. 41, II co., Costituzione, laddove si lascia libera scelta all'imprenditore della migliore combinazione dei fattori produttivi ai fini dell'incremento della produttività aziendale. Così dicendo, l'imprenditore non è tenuto a dimostare l'esistenza di sfavorevoli situazioni di mercato non essendo richiesto dall'art. 3 L. 604/66.

La libertà di iniziativa economica privata non può ridursi ad una attività improduttiva di redditi, così mirante alla mera economicità di gestione (forse concepibile per una pubblica amministrazione in regime monopolistico).

Ma la Corte si spinge oltre, sostenendo che non è possibile (nonostante i tentativi di economisti e filosofi) calcolare il giusto "saggio di profitto" di una attività commerciale: ovvero la risposta certa all'interrogativo su quale sia prevalente tra il volere imprenditoriale di incrementare la produttività e la profittabilità dell'azienda e quello del lavoratore dipendente a mantenere una certa occupazione.  


28 AGOSTO 2017
Lo Studio riapre dopo la pausa estiva: nuovi spunti di riflessione e crescita continua

Dopo un discreto periodo di silenzio, nel quale molti nostri clienti affezionati hanno "reclamato" l'assenza di spunti ed analisi della nostra zona "news", riparte il servizio a pieno regime, con molti spunti di riflessione e con le consuente analisi puntuali.

L'assenza di aggiornamento è stata essenzialmente dettata da una sessione lavorativa primaverile/estiva particolarmente intesa, frutto dello sviluppo continuo e incessante dello Studio, che anche quest'anno punta a crescere e consolidare quanto di buono prodotto nell'annata 2016/2017.

Questo anno giuridico (settembre 2017/luglio 2018) ci vedrà impegnati in nuovi entusiasmanti progetti, uno su tutti che ci vedrà attivi, forse per primi, in un panorama difficile ma entusiasmante come quello delle start up innovative, con un progetto ambizioso e impegnativo.

Prosegue invece spedita l'area dello Studio relativa all'attività giurisdizionale, con l'acquisizione di nuovi clienti e nuove competenze interne, necessarie per fornire una sempre più completa proposta al cliente finale.

Nel mese di settembre vedrà anche la luce la nuova veste grafica del sito web, opportunamente rivisto e migliorato, per renderlo ancora più accessibile e per far vivere, toccando quasi con mano, la nostra attività, le nostre competenze ed il nostro entusiasmo. 

"Se ci sono ancora innocenti da difendere, se ci sono ancora soprusi da denunciare, se ci sono ancora dolori prodotti dall'ingiustizia e leggi dettate per guarirli, l'avvocatura è ancora giovine: e la gioventù non è mai malinconica, perchè ha dinanzi a sè l'avvenire"

Pietro Calamandrei, 1935-56, Elogio dei Giudici- scritto da un avvocato 


23 FEBBRAIO 2017
Corte di Cassazione - sentenza n. 608 del 12 gennaio 2017 - si può fallire senza patrimonio?

Con la sentenza che si allega, la Corte di Cassazione, per la prima volta, si esprime sulla compatibilità della figura del sequestro preventivo in sede penale e il fallimento in sede civile: e non un sequestro qualunque, bensì il sequestro ex d.lgs. 159/2011 (Codice Antimafia).

La questione prende le mosse dalla pronuncia della Corte d'Appello di Bari che ha accolto il reclamo della sentenza di fallimento di una società che era stata colpita da sequestro disposto per misura di prevenzione nel procedimento penale che la vedeva coinvolta (associazione mafiosa), sostenendo la radicale incompatibilità del fallimento con le misure di prevenzione penale la cui natura reale aveva attinto la società e tutti i suoi beni, così non residuando spazio per una concorrente liquidazione comune in capo al curatore.

La Corte precisa che aveva già avuto modo di pronunciarsi (sentenza n. 1739 del 2014), parzialmente, sulla questione. La sentenza del 2014 rilevava che l'insussistenza di massa attiva da ripartire fra i creditori non è di ostacolo alla dichiarazione di fallimento, per il quale è addirittura prevista la chiusura per insufficienza di attivo (art. 118 co. I n. 4 L.F.).

Prosegue la Corte sostenendo che i giudici di appello di Bari non hanno tenuto minimamente conto delle possibili, ulteriori, azioni esperibili dal Curatore nominato e c.d. integrative dell'attivo (es. azione di responsabilità) e della possibilità che tale provvedimento di sequestro venga revocato.

Conclude la Corte sostenendo che le due procedure si fondano su presupposti differenti, che per il fallimento non sono ripetibili ad epoche diverse (presupposti oggettivi di insolvenza e soggettivi di fallibilità), ritenendo irrazionale una posticipazione della tutela dei creditori a fronte di un interesse pubblico che potrebbe divenire, addirittura, recessivo.

 

 


pdfCorte di Cassazione_608_2017.pdf